Le mani sporche del Consiglio Federale

Tema: Economia
Data: Giungo 2018
Di: Amic* della RRN

223’000 in quattro anni, più di 400’000 ad oggi, 215’300 fra il 2011 e il 2015, queste enormi cifre non sono espresse in franchi svizzeri, ma per qualcuno possono comunque rappresentare cifre d’affari. Questi numeri sono una stima dei morti nei conflitti civili in corso in Iraq, Somalia e Siria. Cifre d’affari, appunto, per le aziende svizzere di materiale militare, che, grazie al sostegno del ticinese Ignazio Cassis, sono riuscite a spostare l’ago della bilancia in seno al Consiglio Federale e far allentare le normative sull’export di armi nei paesi in conflitto. Questa modifica fortemente sostenuta dal lobbista Cassis, in stretta collaborazione con il suo omologo Schneider-Amman, permette quindi alle aziende presenti nel nostro territorio di commerciare con paesi che subiscono oggigiorno dei conflitti armati interni.

La riforma è stata portata avanti con molta fretta, ma non è una sorpresa se si considera che la Segreteria di Stato dell’economia (SECO) ha rifiutato 48 richieste di esportazione di materiale bellico nel 2017 in paesi come gli Emirati Arabi Uniti o la Turchia, che hanno causato mancati introiti per 220 milioni di franchi. Un dato, quello dell’anno scorso, che è stato anche influenzato dalla maggior esposizione mediatica subita dalla SECO in seguito alle critiche di Amnesty International (AI) e del Gruppo per una Svizzera senza esercito (GSsE).

È da segnalare come questa apertura sia in grande contraddizione con l’articolo 185 della Costituzione che impone al Consiglio Federale di “prendere provvedimenti a tutela della neutralità della Svizzera”, un principio osannato dai nazionalisti del nostro paese, che non fanno però una piega se il non rispettarlo equivale ad un introito per le aziende svizzere. Ancora una volta questo principio cardine della Confederazione mostra la sua vera forma ed è quella di rimanere sì neutrali, ma unicamente all’ora di prendere i soldi, siano essi sporchi di sangue o meno.

Infine, questa modifica proveniente dal Consiglio Federale non dev’essere approvata dal legislativo nazionale e non può nemmeno essere soggetta ad un referendum e anche qui quindi la democrazia elvetica mostra di essere un strumento utile solamente quando non può incomodare i grossi capitali. L’unica speranza può venire ora dai singoli cantoni e dal lavoro della loro base militante, che potrebbero, come sta già succedendo in alcuni cantoni romandi, richiedere ai parlamenti locali di varare delle leggi per proibire l’esportazione di materiale bellico. Nel frattempo il rinomato Swiss Made potrà continuare tranquillo ad espandersi, sui cadaveri di donne, bambin* e uomini indifesi.

 

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